Emozioni

La Corenergetica è stata sviluppata e diffusa da John Pierrakos, studente e collega di Reich, che ha creato e sperimentato insieme ad Alexander Lowen la Bioenergetica. Dopo il suo incontro con Eva Broch e con gli insegnamenti del “Sentiero” si è dedicato ad un lavoro di integrazione tra psicoterapia e spiritualità. Da questo lavoro è nata la Terapia Corenergetica, un approccio olistico che considera l’uomo nella sua totalità e tiene conto dei suoi quattro livelli: fisico, emotivo, mentale e spirituale. La parola CORE è un acronimo che sta per Center Of Right Energy e rispecchia il principio secondo cui l’essere unamo ha un centro di energia (chiamato dai cristiani anima, dagli induisti atman, dai seguaci di Gurdjeff essenza o ancora vero Sè) che rappresenta la nostra “vera natura” di cui non siamo pienamente consapevole a causa dell’interferenza dell’Ego e delle resistenze della personalità.

La corenergetica si basa su 3 principi:

  • L’uomo è un’unità corpo-mente-anima
  • La guarigione è da ricercarsi dentro di sé e non in un qualsiasi agente esterno
  • La logica aristotelica del “tertium non datur”, conosciuta anche come dualismo (o/o; giusto/sbagliato; …) è un’illusione

Anche la Corenergetica, come le più antiche teorie di derivazione orientale, riconosce l’esistenza dell’energia vitale – chiamata Ki nella medicina cinese – come motore della vita. L’energia vitale è energia “pensante”, è coscienza (cfr. James Kepner,) ed è presente nell’ndividuo come parte dell’universo. L’individuo è un insieme di strati o corpi energetici con diverse frequenze vibratorie, di cui il corpo fisico è la manifestazione materica a più bassa frequenza. Su questo argomento rimando all’articolo sull’ Approccio SomatoPsichico, che trovate in archivio di questo sito.

L’energia vitale risponde alla legge universale di Espansione-Contrazione che è valida in tutta la creazione: nel microcosmo umano essa è espressa in modo sublime nel ritmo cardiaco e respiratorio (inspirazione – pausa – espirazione). Come parte della creazione e manifestazione dell’energia vitale anche l’Uomo quindi risponde alla legge universale di Espansione-Contrazione. Secondo la Corenergetica il ritmo pulsatorio dell’essere umano ha 3 battiti:

  • Fase assertiva (azione – yang)
  • Fase ricettiva (ricettività – yin)
  • Riposo (riposo – vuoto)

Se questi 3 battiti non sono in armonia tra loro e uno è dominante rispetto agli altri si genera dolore, prima psichico e poi fisico. L’assertività corrisponde all’agire – principio vitale maschile o yang; la ricettività corrisponde al fare agire in sé – principio vitale femminile o yin, il riposo al vuoto.

L’individuo è un insieme di 3 livelli:

 corenergy Livello 1 – Core o Sé superiore

Emana energia dall’interno verso l’esterno e riceve energia dall’esterno. Il suo ritmo è perfetto

Livello 2 – sé inferione

Insieme di tutte le emozioni – considerate negative – che proteggono il core dalle repressione interna e dall’invasione esterna. E’ il territorio in cui si formano i meccanismi di difesa o resistenze della personalità

Livello 3 – maschera

Immagine esterna dell’individuo che si mostra sempre compiacente verso gli altri, costituita a livello  fisico dalla corazza psicosomatica

 

Quando il flusso energetico, dell’amore, del piacere, della gioia, dell’espressione autentica del Sé viene bloccato da una restrizione dell’espressività, si forma un blocco stagnante che si manifesta nel corpo con una rigidità scheletrico-muscolare.

Che cos’è il blocco energetico?

Quando un individuo rifiuta le proprie emozioni fondamentali, il flusso energetico si converte in blocchi fisici ed emotivi. L’emozione in sé è una corrente energetica, se viene bloccato il suo fluire, l’energia ristagna e poi si congela nella parte fisica in cui è avvenuta l’interruzione del flusso. Bloccare le emozioni cosiddette negative – la rabbia, la paura, il dolore – blocca anche quelle positive – la gioia, l’amore, la compassione – e porta l’organismo ad uno stato di carenza energetica, che viene avvertita come stanchezza cronica. Il sintomo fisico è un alert della disfunzione energetica in atto nel nostro corpo, per questa ragione non va represso ma ascoltato e compreso (cfr. Approccio SomatoPsichico).

Come ascoltare il messaggio del sintomo?

Una tecnica efficace, di cui ho testato la validità sia individualmente sia in sessioni di gruppo, è quella del “dialogo con il corpo” (cfr. James Kepner), che ho sperimentato e chiamato “body assessment”. Attraverso questo dialogo viene tracciata una mappa delle rigidità e delle tensioni muscolari dell’individuo e partendo da queste è possibile risalire alla convinzione invalidante o al blocco emotivo di cui la rigidità scheletromuscolare è espressione. Lavorando principalmente con il sentito corpo con l’approccio SomatoPsichico, il body assessment è base di partenza per individuare la direzione che il percorso terapeutico deve seguire.

Perché reprimiamo il flusso energetico?

La risposta principale è proteggerci dal sentire il dolore. Ci illudiamo che irrigidendo il corpo o sospendendo il respiro potremo non sentire il passaggio dell’energia. In effetti lo impediamo, ma così facendo non eliminiamo il dolore ma lo rendiamo cronico. Solo facendoci attraversare dalla corrente energetica possiamo permettere al dolore di esaurirsi.

Cosa sono le emozioni negative?

Rappresentano dei meccanismi di protezione che si oppongono alla repressione dell’energia del CORE, sono utili e preziose se le lasciamo agire. Come? Accettandole. Vediamo un esempio:

Una bambina sente l’anelito fortissimo di prendersi cura degli altri, di curarli e sogna di diventare infermiera. Al momento di scegliere l’indirizzo scolastico rivela il suo sogno ai genitori che invece di accogliere e sostenere l’espressione autentica della figlia la giudicano e la condannano: “l’infermiera è un lavoro umile” e “le infermiere sono delle poco di buono”. “Tu devi diventare un avvocato di successo” (che per i genitori significa avere uno status sociale ed essere rispettata).

La bambina prova RABBIA – che rappresenta un’emozione funzionale per opporsi alla repressione esercitata dai genitori dell’espressione autentica del suo Sé.

Questa emozione non può tuttavia essere espressa e la bambina la reprime per PAURA di perdere l’amore dei genitori, che non approvano e condannano il suo desiderio.

La bambina cresce facendo sue le convinzioni dei genitori, introiettando quei pregiudizi (“l’infermiera è un lavoro umile” e “le infermiere sono delle poco di buono”) e diventa un avvocato. Con il passare del tempo però sente una fitta al petto, una tristezza crescente di cui non sa spiegarsi la ragione: il DOLORE di avere tradito il suo sogno pur di non perdere l’amore dei genitori.

L’esempio è volutamente semplificato ma a quanti di noi è accaduto qualcosa di simile?

Formazione della maschera

Molti di noi sono cresciuti con l’errato convincimento che “esprimere le proprie emozioni o i propri desideri” sia proibito o rischioso. La straordinaria forza vivente del CORE viene soffocata da usanze familiari restrittive, codici religiosi, standard di comportamento sociale: non è normale arrabbiarsi in pubblico, non è bello piangere davanti agli altri … .Il bambino che non può esprimere le sue emozioni, introietta la repressione genitoriale, in altri termini fa suo il convincimento: “tu non hai diritto di esprimerti”. Così facendo rifiuta e reprime le sue difese – la rabbia, la paura, la frustrazione, la solitudine – sviluppando un’immagine di copertina che finge (fa buon viso a cattivo gioco): la maschera.

Qual è la dinamica energetica della maschera?

La maschera non si assume la responsabilità e proietta sugli altri: “non è colpa mia”, “è lui/lei che sbaglia”. Vuole compulsivamente compiacere gli altri per ottenere felicità tramite: approvazione, amore, riconoscimento, consenso, successo. La repressione del livello 1 e del livello 2 dell’individuo (vedi immagine sopra), unita allo sforzo costante di fingere per compiacere lo prosciuga di tutta l’energia.

Perché ci ostiniamo a essere infelici

Porsi questa domanda presuppone l’aver già lavorato su di sè e aver preso consapevolezza di come siamo noi a creare nella nostra esistenza le condizioni di infelicità che tanto deploriamo. Senza questa presa di responsabilità, questa domanda non trova nessuna risposta. Se ammettiamo che esiste una sorta di “utilità” nell’essere infelici allora possiamo considerare due possibili risposte:

  • La negatività è familiare, conosciuta, sicura
  • Ricostruire la “barca” è difficile

Perpetuare uno stato di infelicità è più sicuro che lasciare andare l’energia del core: non sappiamo dove può portarci perché non ci fidiamo di noi stessi. “l’uomo saggio non lascia il certo per l’incerto anche se il certo è doloroso”.  La paura del nuovo è la paura che prova il bambino cresciuto senza sostegno genitoriale la prima volta che è costretto ad uscire di casa da solo. Sebbene la sofferenza non ci piaccia ci siamo così abituati che vivere senza di essa ci sembra quasi più penoso e in ogni caso ci fa paura. C’è un’altra motivazione alla base del mantenimento dell’infelicità. Spesso con una volontà ostinata cerchiamo di nascondere la vergogna che nasce dalla convinzione che per provare gioia, piacere e soddisfazione bisogna faticare e meritarselo. In fondo non ce ne sentiamo degni. Sentirsi indegni di amore è la causa principale del perpetuarsi dello stato di infelicità. L’indegnità ci toglie talmente tanto la speranza di potere vivere in maniera diversa che spesso neanche iniziamo il percorso di guarigione. Anche perché iniziare un percorso vuol dire essere disposti a mettere in discussione tutta l’impalcatura di convizioni, spesso neanche nostre, che hanno guidato la nostra vita. Voler guarire significa volersi disintossicare dall’indottrinamento a cui siamo stati sottoposti, quella che Osho chiamava deprogrammazione. Bisogna “ricostruire la barca” e non è mai facile.

Quando il nostro indottrinamento è ostinatamente radicato sopraggiunge una “crisi”. Le crisi sono opportunità che il nostro CORE ci da per guarire. Spesso la crisi è l’unica strada necessaria per far crollare l’impalcatura della maschera.

Guarigione

Che cosa è l’ego? E come funziona? In termini di centri energetici l’ego rappresenta l’organizzatore dell’energia istintiva che sale dal primo e dal secondo chakra e la combina con la coscienza che scende dai chakra superiori. L’ego funziona come entità esecutiva del CORE, funge da mediatore tra bisogno e coscienza, sceglie quali impulsi esprimere o reprimere e orienta il movimento verso il soddisfacimento del bisogno. Se l’individuo è in grado di individuare il proprio bisogno – se dunque il suo secondo chakra funziona – mobilizzerà la sua energia e agirà per soddisfarlo. La fase di mobilizzazione (cfr. Terapia della Gestalt di R. Zerbetto) è associata a livello corporeo all’atto di inspirare, inteso come caricare l’organismo di energia vitale. La fase dell’azione è invece connessa all’espirazione, vista come capacità di scaricare l’energia nell’ambiente. In entrambi i casi è necessario attivare il movimento nel corpo, in assenza del quale la consapevolezza del bisogno rimane inespressa e quindi non agita.

A differenza del CORE, l’ego non può creare ma solo eseguire, non possiede intuizione. L’ego sano è a servizio del CORE, l’ego disfunzionale vuole controllare e comandare. Quando l’ego è a servizio del CORE, l’individuo può realizzare i suoi talenti, altrimenti li sotterrerà vivendo nella frustrazione (caso dell’infermiera che diventa avvocato).

Quando l’ego prende il comando perché siamo identificati con la nostra maschera e alienati dal CORE, temiamo qualunque spinta energetica del CORE come una minaccia all’impalcatura: temiamo di perdere il controllo. Cosa che effettivamente accade, sebbene abdicare il controllo dell’ego al CORE sia una liberazione, il passaggio è doloroso.

Un ego sano si prende la responsabilità e accoglie con gratitudine la soddisfazione di realizzare un’impresa. Non esagera e non nega se stesso. Un ego funzionale è connesso al CORE. Per connettersi è necessario rimuovere gli ostacoli energetici che impediscono di accettare il CORE (sia le spinte positive, sia le difese chiamate emozioni negative). Ostacoli che si estrinsecano in:

  • Rigidità scheletromuscolari fissate nel corpo
  • Convinzioni errate e invalidanti
  • Volontà orientata verso la “sicurezza” a discapito della fiducia

Per questa ragione il lavoro terapeutico non può prescindere da un lavoro di percezione corporea, perché spesso è attraverso questa strada che il cliente entra a contatto con la sua verità più profonda.

La mente trae in inganno, il corpo non mente mai