Quante volte vi è capitato di pensare “se fossi meno sensibile non soffrirei”? Se pensiamo questo c’è la convinzione che se riusciamo a congelare la capacità di sentire potremo proteggerci dalla sofferenza. Questa falsa credenza può essersi generata se da bambini le nostre espressioni emotive (rabbia, frustrazione, tristezza) non sono state accolte e comprese adeguatamente. Se, per esempio, siamo stati puniti quando provavamo rabbia o ci è stato insegnato che piangere è un segno di debolezza. Se, quindi, esprimendo le nostre emozioni da bambini abbiamo sofferto, ci siamo convinti che “se non sentiamo non soffriamo”.

Reprimere le emozioni causa sofferenza

In realtà, non sono le emozioni ma la repressione delle stesse a generare sofferenza. Le emozioni hanno bisogno di manifestarsi, di essere comprese e ascoltate, hanno bisogno di spazio per fluire nel corpo per poi essere lasciate andare. Solo così possiamo ridimensionare la paura di sentirle e crescere emotivamente.

Intelligenza emotiva

Allenandoci ad interagire con le emozioni in maniera funzionale acquisiamo la capacità di non farci sopraffare da esse e la paura di sentirle lentamente svanisce. Nel processo di crescita emotiva che facciamo da adulti impariamo ad accogliere e comprendere le emozioni, così come non abbiamo appreso da piccoli. Un supporto terapeutico a volte è necessario per iniziare il processo di crescita emotiva.

La repressione emotiva non ci protegge realmente

Siamo portati a dedicare tempo ed energia alla cura del corpo, allo sviluppo delle facoltà mentali ma non ci dedichiamo a sufficienza alla crescita emotiva. Eppure l’uomo è fatto anche di emozioni e se il corpo e la mente crescono, senza dare spazio alla componente emotiva, non si può raggiungere una maturità reale, restiamo adulti a metà!

Inoltre, la creatività – che è la forza che alimenta la nostra capacità di esprimerci e di realizzarci – è un processo fondamentalmente intuitivo e legato alla maturità emotiva più che mentale. Abituarsi a congelare sensazioni ed emozioni ci porta ad essere più mentali che intuitivi e ad agire sconnessi dai nostri bisogni e desideri reali. Quando viviamo in questo stato di “anestesia” emotiva, che manteniamo nell’illusione di proteggerci dalla sofferenza, finiamo per sentirci vuoti, aridi, perdiamo il contatto con il piacere.

E allora perché resistiamo?

La principale resistenza alla crescita emotiva è la paura di soffrire ma nella misura in cui reprimiamo e neghiamo le emozioni che ci spaventano, chiudiamo la porta anche alla felicità. Quindi, se l’obiettivo è non soffrire, reprimere le emozioni non è efficace.

Anestetizzarsi al dolore inibisce anche la capacità di sentire il piacere

Quando inconsciamente siamo convinti che “se non sentiamo non soffriamo”, tendiamo ad allontanarci – sempre inconsciamente – anche dalla gioia, dall’amore e da tutto ciò che rende la vita ricca e gratificante.

E non potrebbe essere altrimenti: dato che non siamo in contatto con i nostri reali bisogni, perseguiamo obiettivi che non possono renderci felici perché li abbiamo individuati con la mente e non con il cuore. Il risultato è che ci ritroviamo a sentire un vuoto interiore di cui non riusciamo a comprendere la natura. È come se, escludendo la nostra dimensione emotiva, ci tagliassimo fuori da una fetta della vita.

È possibile amare senza rischiare di soffrire?

Un’altra convinzione irreale è quella che possiamo ottenere amore senza rischiare di soffrire. Da una parte desideriamo il contatto, l’intimità, la sintonia, l’amore degli altri e dall’altra restiamo chiusi nel nostro guscio protettivo di anestesia emotiva. Il risultato? Ci isoliamo emotivamente e soffriamo due volte!

Superare le resistenze è necessario se vogliamo riappropriarci del piacere di vivere

Fino a quando non cresciamo emotivamente possiamo illuderci di amare ma con questa illusione non facciamo altro che “coprire” la nostra dipendenza affettiva con la parola amore. L’amore è un sentimento che possiamo provare realmente e aprirci a riceverlo solo quando siamo cresciuti emotivamente e siamo in grado di accettare il fatto che amare qualcuno può comportare il rischio di essere feriti.

Come superare la resistenza a sentire le emozioni

Innanzitutto è necessario distinguere tra il sentire un’emozione e agirla. Una delle emozioni che temiamo di più è la rabbia, siamo stati educati e “programmati” a respingere la rabbia, spesso da bambini quando esprimevamo la nostra rabbia venivamo puniti e abbiamo imparato a reprimerla. Ma le emozioni represse, anche se le abbiamo talmente nascoste da essercene dimenticati, non cessano di essere presenti. Quando ciò accade, basta un elemento esterno che rievochi la situazione infantile per farci esplodere agendo in maniera distruttiva quella rabbia che abbiamo dovuto mettere a tacere tanto tempo fa.

È necessario rendere coscienti le emozioni represse, soprattutto quelle infantili, ed elaborarle in una prospettiva adulta. Come? Il primo passo è contattarle e riconoscerle per poi comprenderle e accoglierle.

Accettando la presenza di questi aspetti emotivi rinnegati permettiamo a noi stessi di crescere emotivamente, diventiamo adulti – non solo mentalmente – e l’intensità emotiva non ci farà più paura. Questo percorso, soprattutto quando abbiamo un vissuto emotivo infantile doloroso, non si può fare da soli ma con l’aiuto e il supporto terapeutico è possibile.

Non ci può essere crescita spirituale senza crescita emotiva

Pensare di poter evolvere spiritualmente senza aver compiuto un processo di maturazione e di crescita emotiva è un’illusione. Arnauld Desjardins che ha dedicato tutta la sua vita alla spiritualità racconta che – durante i soggiorni presso il suo maestro in India – si sottoponeva alle sedute di lying[1], una versione orientale delle nostre sedute terapeutiche. Lo scopo di questi incontri era quello di prendere consapevolezza degli aspetti di sé ancora infantili e distruttivi, processo doloroso ma indispensabile per la crescita, prima emotiva e poi spirituale.

È un processo doloroso perché a nessuno piace ammettere che ci sono aspetti della nostra personalità ancora infantili che come un bambino puntano i piedi e pretendono. Prenderne coscienza ferisce l’ego ma ci avvicina al Sé, alla nostra vera natura, e ci permette di riappropriarci del nostro potere personale, della capacità di agire in maniera consapevole e creativa.

Paradossalmente quando “vediamo, accogliamo e accettiamo” le parti di noi che non ci piacciano, permettiamo alla nostra bellezza di emergere in tutto il suo splendore. E’ come una perla che troviamo nel guscio di un’ostrica!

Perché la crescita emotiva è essenziale a quella spirituale?

Molti maestri spirituali ci insegnano che solo quando abbiamo risolto i nostri conflitti infantili e abbiamo trasceso le parti dell’ego che ostacolano la nostra connessione con il Sé, possiamo sinceramente compiere un cammino spirituale. Facciamo un esempio, se non ho imparato a prendermi la responsabilità delle mie azioni e tendo ancora a puntare il dito all’esterno quando non sono felice, non potrò aprirmi ad una reale vita spirituale. Agirò come un bambino che invoca l’aiuto di Dio per farsi risolvere i problemi. Così facendo la fede in Dio che penso di avere si riduce a “bisogno infantile di aggrapparsi ad un’autorità più forte”, che magicamente mi tirerà fuori dai guai.

Non possiamo avere fiducia in Dio se non abbiamo fiducia in noi stessi

Eva Pierrakos – “Il sentiero”
E acquisiamo fiducia in noi stessi quando acquisiamo senso di auto efficacia e impariamo ad interagire con le emozioni in modo costruttivo e adulto.

 

 

[1] Vedi “L’audacia di vivere” di A. Desjardins

 

 

 

Ilaria Evola
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