immagineIdeale

Il concetto di immagine ideale è molto vicino al sé ideale elaborato da Higgins nella sua teoria della discrepanza del sé (1987). Secondo lo studioso possediamo tre diverse immagini del sé:

il sé reale – come siamo;

il sé ideale – come vorremmo essere;

il sé normativo: come dovremmo essere.

L’immagine ideale a cui faremo riferimento in questo articolo si colloca tra il sé ideale e il sé normativo: rappresenta ciò a cui dovremmo corrispondere per essere degni di amore. In altri termini, l’immagine ideale è l’immagine che creiamo per sopperire alla errata convinzione di non essere abbastanza da meritare l’amore e la stima degli altri. Alla base dell’immagine ideale c’è quindi un errato convincimento di indegnità personale. Il corollario di questa credenza è che per meritare l’amore dobbiamo perseguire degli standard elevati, che spesso sono irraggiungibili, non perché non ne siamo capaci ma perché sono irrealistici. Ecco alcuni esempi di come erroneamente ci illudiamo di poter guarire quel senso – spesso inconscio – di indegnità: essere invulnerabili alla sofferenza, essere sempre coraggiosi in ogni circostanza, non cedere mai alla tristezza, essere sempre eccellenti e socialmente riconosciuti in tutto ciò che facciamo, essere amati e stimati da tutti, essere sempre in forma smagliante. E’ il ritratto di un super eroe, dietro al quale si cela la negazione e quindi la non accettazione della propria umanità, anche nei termini della vulnerabilità e della sensibilità emotiva. Il perseguire gli standard irrealistici dell’immagine ideale ci sottopone a frustrazioni e conflitti che ci portano a sentirci dei falliti.

I “sintomi” che l’immagine ideale è al lavoro

Chi è soggetto all’immagine ideale svilisce i propri successi, tende a mortificarsi assumendo un atteggiamento dimesso, si relega spesso all’angolo, sminuisce il proprio contributo nelle cose, fatica a esprimere il proprio parere pubblicamente, critica interiormente il proprio operato sottoponendolo ad un confronto da cui esce sempre perdente, fatica a intraprendere un progetto o un cambiamento perché si sottopone ad un’ansia da prestazione feroce. La vita di queste persone, in modo più o meno cosciente, è pervasa da un senso generale di vergogna.

Sebbene il senso di fallimento e di vergogna non siano reali, in quanto scaturiscono da un’immagine mentale ideale e quindi irreale, i loro effetti sulla qualità della vita sono però reali. Non viviamo in pieno la vita, siamo depotenziati, ci sentiamo indegni e quindi senza diritto di esprimerci, tendiamo a nasconderci. Il nostro operato è costantemente pervaso dall’ansia di non essere all’altezza dell’immagine ideale e quando questo fisiologicamente accade, maturiamo disprezzo per noi stessi e tendiamo a punirci per la nostra incapacità (S. Duvall, R. Wicklund – A theory of objective self awareness – 1972), sprofondando in una vergogna ancora più insidiosa.

specchio

“Dal momento che è impossibile essere all’altezza dell’immagine ideale ma che ciò nonostante non siete disposti a rinunciarvi, finite per coltivare una tirannia della peggior specie. … Ogni volta che i vostri tentativi verso la perfezione che essa richiede falliscono, vi castigate e vi fustigate spietatamente; il senso di essere abietti e di non valere nulla si impadronisce di voi. … Per sfuggire a questa sensazione di essere dei “falliti” usate svariati metodi, ma il più frequente è il proiettare il vostro fallimento sugli altri, biasimandoli e incolpandoli per quello che non va” (L’immagine ideale – “Il Sentiero del risveglio interiore” – Eva Pierrakos).

Se riconosciamo questi sintomi nella nostra vita vuol dire che siamo sotto l’incantesimo dell’immagine ideale. Scoprire che alla base del senso di fallimento c’è l’autoimposizione di standard irrealistici è una scoperta dolorosa ma è l’unica via per uscire dalla tirannia a cui ci sottoponiamo in maniera inclemente. Ed è l’inizio del cammino che porta a legittimare la libera espressione di sé.

Come dissolvere l’incantesimo dell’immagine ideale

Per uscire dal meccanismo è necessario innanzitutto prendere consapevolezza della propria immagine ideale. Ognuno di noi ne crea una per compensare alla falsa credenza che così come siamo non andiamo bene.

Il secondo passo consiste nell’individuare lo schema con cui l’immagine ideale agisce nella nostra vita. Maria, una donna di 40 anni alla costante ricerca di soddisfazione professionale, quando si trovava difronte ad una difficoltà professionale si sentiva depotenziata e impotente; invece di impegnare le sue risorse per affrontare il problema, bloccava la sua azione o sabotava qualunque tentativo di agire. Nel corso della sua vita professionale, alle prime difficoltà preferiva cambiare lavoro invece che affrontare il problema presentatosi. Ma dopo qualche tempo ciò che non voleva affrontare si ripresentava puntualmente anche nel nuovo lavoro e la sua risposta era sempre la stessa: paralisi, senso di impotenza, vergogna ad esprimere il disagio e fuga. Dopo 20 anni, in cui ha cambiato lavoro in media ogni 3-4 anni, Maria si sente spossata e, nonostante tutta la fatica, ancora insoddisfatta. Grazie ad un percorso di supporto psicologico è riuscita ad individuare la sua immagine ideale e questo le ha permesso di prendere consapevolezza dello schema invalidante che ha costruito, vivendo di fatto sotto il suo potenziale reale e con la paura di esprimerlo.

Dopo aver individuato lo schema che ci sabota è necessario prendere consapevolezza dei modi spesso inconsci con cui tendiamo a punirci per non essere stati all’altezza dell’immagine ideale. “Quando avvertite un acuto senso di ansia o di depressione, domandatevi se esso non deriva dal fatto che la vostra immagine ideale si sente minacciata, perché per qualche motivo non vi sentite alla sua altezza. Cercate di riconoscere come al di sotto dell’ansia e della depressione si celi un senso di disprezzo per voi stessi.”  (L’immagine ideale – “Il Sentiero del risveglio interiore” – Eva Pierrakos). Un modo per punirsi, oltre che entrare in depressione, è per esempio non gratificarsi per i risultati ottenuti o non dare dignità agli sforzi e alla fatica fatta per ottenerli.

Questa prima parte del percorso è la più difficile e impegnativa ma se siamo veramente intenzionati a riprendere in mano la nostra vita uscendo da questo meccanismo distruttivo possiamo mettere in discussione le richieste dell’immagine ideale e rinunciarci. Per rinunciare all’immagine ideale dobbiamo dare dignità a ciò che siamo e accettarci con amore, con i nostri limiti, la nostra vulnerabilità e la nostra fatica di vivere.

L’antidoto consiste nella rinuncia di ciò che dovremmo essere e nell’accettazione di ciò che siamo 

Questo processo di “affrancamento dall’immagine ideale” potrebbe richiedere l’aiuto di un esperto che faciliti la disidentificazione dall’immagine negativa falsata di noi che abbiamo costruito, ci sostenga nella dolorosa scoperta di essere artefici di uno schema che si ripete continuamente e ci supporti nella fase di accettazione amorevole di noi stessi.

Se ti accorgi che stai vivendo sotto l’incantesimo dell’immagine ideale che ti tiene sotto scacco: