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La meditazione – intesa come tentativo di mettere in contatto l’uomo con il Sè/anima – è un metodo che appartiene dalla notte dei tempi a tutte le religioni e gli approcci filosofici. Sebbene la meditazione venga associata alla cultura orientale, sono state sviluppate tecniche analoghe a quelle orientali anche nella cultura occidentale. Ne abbiamo infatti esempi anche nella cultura cristiana, ebraica e musulmana.

Nel Nuovo Testamento, l’atteggiamento critico di Gesù nei confronti del fariseismo indica il rifiuto d’una religiosità formale ed esteriore ed è un invito a cercare Dio nella propria interiorità – dice Lamparelli nel suo manuale “Tecniche della Meditazione Orientale”. I metodi di preghiera e di osservazione indicati da Gesù vanno oltre l’adesione formale: “Misericordia voglio e non sacrificio” (Mt 12,7), “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27), “Non è quel che entra nella bocca che contamina l’uomo ma quel che esce dalla bocca, ecco quel che contamina l’uomo” (Mt 15,11). I suoi insegnamenti invitano a considerare il regno dei cieli come un “tesoro nascosto” che alberga dentro di noi e non in qualche landa lontana e iperuranica. L’episodio di Marta e Maria, in particolare, è quello che evidenzia l’importanza della via meditativa: le due sorelle accolgono il Maestro nella loro casa, l’una dandosi un gran da fare, l’altra assorta nell’ascolto delle sue parole. In quest’episodio, che Gesù stesso commenta dicendo che Maria (la sorella contemplativa) è impegnata nell’unica cosa necessaria, la via meditativa viene indicata come strumento necessario nell’esistenza per orientarsi ed essere guidati e contrapposta al “tanto fare e fare” da cui tutti noi siamo presi come in un’ipnosi collettiva.

Gesù ci dice anche come meditare. La sua forma di meditazione preferita è la preghiera, Lui suggerisce di pregare nel “segreto”, cioè lontano dalle distrazioni mondane, nel silenzio, in disparte. La preghierà di Gesù più che un modo per chiedere è una via per comunicare, per entrare in contatto con il proprio nucleo  divino. In molti passi del Vangelo, si dice che Gesù “allontanatosi dalla folla” si ritira a pregare. La meditazione è quindi un momento intimo, in cui ci ritiriamo dalla folla, rivolgendo l’attenzione dall’esterno all’interno.

Questa visione è più vicina allo gnosticismo che al cristianesimo, secondo cui la meditazione è un momento di riflessione (lectio divina) seguita dalla contemplazione, in cui superata la parola e il pensiero ci si trova faccia a faccia con Dio.

Gregorio Palamas, il teologo che espose i princìpi della spiritualità ortodossa, sostiene che “bisogna introvertire l’attività mentale che di solito è estrovertita”. Con questo fine è necessario calmare la mente e il respiro, “fissando lo sguardo” sul petto o sull’ombelico. Sebbene questi insegnamenti siano stati diffusi nel 1300 in ambito cristiano ortodosso, non sono lontani dagli insegnamenti induisti che invitano a rivolgere l’attenzione all’interno e fissare lo sguardo ad un punto del corpo: il centro della fronte, il cuore o il plesso solare.

Nei “Racconti di un pellegrino russo“, un’opera anonima che riassume le pratiche della preghiera esicasta, si afferma che “l’orazione interiore ininterrotta è la costante aspirazione dello spirito umano verso Dio” e realizza già un’esperienza di unione. Ad occhi chiusi, visualizzando il cuore, il protagonista del libro, il pellegrino, riesce ad introdurvi la “preghiera di Gesù”: inspira dicendo “kyrie issuu christe” (Signore Gesù Cristo) ed espira dicendo “eleison me” (abbi pietà di me). La ripetizione di questi versi ricorda la tecnica del Japa Mala induista, che consiste nella ripetizione del mantra. Il messaggio è di coltivare incessantemente la presenza, disidentificandosi dagli attaccamenti, perchè solo così si entra in contatto con la potenza del proprio spirito. Vedi anche l’articolo Mantra.

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Chi in assoluto ha codificato una metodologia efficace, descrivendo l’iter che ciascuno affronta prima di riuscire ad entrare pienamente in contatto con il Sè, è Santa Teresa d’Avila. Per Teresa la meditazione è un intimo colloquio con “Colui dal quale ci sappiamo amati” (Santa Teresa d’Avila – “Vita”). Nella sua autobiografia, distigue 4 gradi di “orazione”, paragonando il cammino spirituale all’innaffiatura di un giardino. Nel primo stadio, quello in cui si fa più fatica, il giardino viene innaffiato attingendo acqua dal pozzo senza nessun aiuto. Nel secondo, ci si avvantaggia di un sistema di canali di irrigazione. Nel terzo, l’irrigazione avviene più agevolmente deviando l’acqua direttamente da un ruscello e nel quarto, non c’è nessuno sforzo, il giardino viene irrigato da un’abbondante pioggia. Nel primo livello, l’intervento della mente è necessario,  tutti i  principianti che si accostano alla meditazione devono faticare a “raccogliere i sensi”, mettere a tacere l’intelletto e il chiacchiericcio interno. In questa fase è facile demordere per stanchezza o per pigrizia. Nel secondo stadio (l’orazione di quiete), tuttavia, la mente stanca di tentativi di acquetarsi, trova riposo e riesce agevolmente a rivolgere il pensiero a Dio. Sporadicamente assapora “le delizie del paradiso”, lo stato di pace, in cui i pensieri, le immagini e le riflessioni si sono ridotte. Nel terzo stadio – il sonno delle potenze – si verifica la sospensione dell’attività mentale, il grado di raccoglimento dell’anima è altissimo e la sensazione di estasi arriva. Nell’orazione di quiete Dio è percepito fuori di sé, in questo terzo stadio invece Dio è percepito dentro, al centro dell’anima. Il quarto e ultimo stadio è quello della beatitudine (il samadhi degli indiani) in cui l’anima raggiunge la divina unione. Mentre nei primi tre stadi lo sforzo individuale è preponderante e in progressiva diminuzione, nell’ultimo stadio, l’orazione di unione, la passività è completa e l’anima sperimenta di trovarsi in Dio e Dio in lei. Nel “Castello interiore”, Teresa d’Avila descrive il cammino di congiunzione a Dio attraverso il passaggio attraverso 7 dimore del palazzo – curiosa somiglianza con i 7 chakra del sistema energetico.

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Concludo questo breve e semplice excursus citando San Giovanni della Croce, che parla delle “notti” dell’anima per raggiungere l’unione con Dio: la prima per passare dalla meditazione alla contemplazione e la seconda per passare da quest’ultima all’unione. Le notti sono le profondità in cui sprofonda l’anima allorchè si stacca dagli attaccamenti, allorchè riceve la grazia della dis-identificazione. In particolare San Giovanni si sofferma sull’equanimità (un concetto di matrice orientale che ritroviamo nell’atarassia degli epicurei) come “tranquillità e pace dell’anima” di fronte a tutte le cose. “Tutto è grazia” afferma Santa Teresa d’Avila, il cui pensiero è molto vicino a quello di Giovanni della Croce. Secondo Giovanni, l’anima purificatasi sensualmente e spiritualmente riceve attraverso la contemplazione una forma di “conoscenza segreta e ineffabile”, che viene infusa all’oscuro dell’azione e dell’intelletto.

Il Maestro che insegna la sapienza risiede nell’anima

San Giovanni della Croce

Vedi anche Importanza della meditazione.