Meditazione e Yoga sono la stessa cosa? Cosa li lega? Qualcuno li considera ancora sinonimi. La Meditazione non è Yoga  sebbene sussista un antico legame tra loro.

Per scoprirlo facciamo un passo indietro, andiamo alla Bhagavad-gita, che rientra nel grande poema epico Mahabharata e insieme ai Veda, alle Upanisad e al Ramayana, rappresenta uno dei testi sacri dell’India. Nella Bhagavad-gita si narra di una guerra realmente accaduta intorno al 1400 a.C., che vede schierati due fratelli che si contendono il regno del padre, e rappresenta un’allegoria spirituale della vita interiore dell’essere umano: dubbi, lotte e contraddizioni che albergano nell’animo dell’uomo.

Il protagonista, Arjuna, schierato con il fratello “buono”, si rivolge a Krisna – il dio incarnato – che oltre a rappresentare un dio vedico, vuole essere una metafora della Coscienza, il “guru” interno dell’uomo, il Sé a cui rivolgersi nei momenti di conflitto interiore.

I dubbi di Arjuna sono i dubbi dell’uomo, che si interroga su quanto abbia senso combattere, lottare, essere sempre all’erta, vivere con una costante tensione, come in un eterna battaglia.  Arjuna è un uomo d’azione, non è un filosofo, è impegnato in una feroce battaglia e il suo dilemma è questo: se l’azione, buona o cattiva che sia, porta alla guerra, quindi alla sofferenza, al lutto, non sarebbe meglio sopprimerla? I due schieramenti sono entrambi convinti di essere nel giusto e per far valere le proprie ragioni combatteranno sino alla morte, ma anche se si fosse nel giusto, la guerra non vanificherebbe tutto, rendendo terribile anche la vittoria? Che senso ha uccidere per ottenere il potere? Non sarebbe meglio astenersi da qualunque azione? Ma come risolvere quindi il conflitto?

Krisna lo redarguisce dal sottrarsi all’azione e lo invita invece a cimentarsi in un’azione “senza risultato”: il Karma Yoga. E’ possibile agire senza perseguire un risultato? Per comprendere di cosa si tratta, va precisato innanzitutto che la comune azione è il risultato di un desiderio: prima proviamo il desiderio e poi il bisogno di soddisfarlo ci spinge ad agire verso la gratificazione. I desideri degli uomini però, non sono sempre il risultato della propria coscienza. In altri termini, esistono desideri non propriamente “nostri”, indotti dal condizionamento dei nostri padri, della società, della cultura a cui apparteniamo, dell’ambiente ristretto in cui siamo vissuti. Quando perseguiamo desideri che non sono coerenti con il nostro Sé, entriamo in conflitto, siamo irrequieti, siamo mossi dalla paura e dall’agitazione. Quindi?

La soluzione non è smettere di agire ma piuttosto trovare la via per ascoltare i propri veri desideri, quelli che provengono dal Sé, dal nucleo divino che è in noi, dalla Coscienza e agire di conseguenza. I desideri che emergono quando ci connettiamo al nostro Sé, non sono egoistici e finalizzati a primeggiare sugli altri ma sono espressione dell’unità cosmica di cui facciamo parte, quell’unità in cui perseguire il nostro bene coincide con il perseguire il bene dell’altro, perché in fondo siamo la stessa cosa.

Ma senza dilungarci in considerazioni che richiedono di essere aprofondite in altra sede, quali sono gli strumenti per agire senza attaccamento personale? La meditazione, la meditazione, la meditazione. L’atteggiamento di ascolto e di osservazione equanime che sviluppiamo meditando costantemente ci permette di raggiungere la pace del cuore, quello spazio in cui siamo capaci di vivere la gioia e il dolore con lo stesso spirito, senza identificarci, senza soffrire. Il dolore infatti genera sofferenza di per sé, la gioia genera sofferenza sottoforma di ansia che finisca. La vita è una danza eterna, come la ruota della vita dei Buddisti ci insegna, dove gioia e dolore si alternano, come il giorno segue la notte, e volere fermare questa eterna danza induce sofferenza.

La Gita cerca di conciliare due esigenze apparentemente opposte: vivere nella meditazione e vivere nel mondo, avere una vita spirituale nella realtà materiale di tutti i giorni. Come diceva anche Gesù: “vivere nel mondo ma non essere del mondo”. Il primo passo è dunque il meditare e attraverso la meditazione spogliarsi delle sovrastrutture della mente per contattare il Sè. Questo si raggiunge con la pratica costante, lo sforzo ripetuto, la devozione e la fede, sino a contattare “un’immobile  e silenziosa impersonalità spirituale” (Aurobindo).

Lo Yoga è azione, movimento, fluire con il ritmo di contrazione ed espansione che è l’esistenza. La meditazione è la via per agire senza il perseguimento di fini personali egoistici e quindi ansiogeni, perché se dall’azione dipende un risultato in cui ci identifichiamo non si può non agire con ansia e preoccupazione.

Ecco il nesso tra Meditazione e Yoga, tra spirito e materia, ascesi e azione: se meditiamo la nostra azione sarà guidata dalla Coscienza e non dall’Ego. Lo Yogi non rinuncia ad agire ma agisce guidato, come un canale della super Coscienza, uno strumento che con la sua azione persegue il bene universale, partecipando al Grande Piano. Quando, attraverso la meditazione entriamo in contatto con l’intelligenza superiore e ci immergiamo nel Sé, attingiamo ad una più profonda comprensione, usciamo dal nostro limitato io, dal nostro egotismo, comprendiamo quanto le nostre azioni siano mosse da condizionamenti e introiezioni, e ci apriamo ad un’azione impersonale, agiamo per il piacere di agire senza attaccamento al risultato. Allora l’Ego cede il posto al Sé e usciamo dalla prigione!

Il ritratto ideale dello yogi, in cui confluiscono tutti questi elementi, è questo: “non prova odio verso nessun essere vivente, non si rallegra nella buona sorte e non si rattrista nella cattiva, non desidera e non rimpiange, non si agita, è soddisfatto ovunque, è privo d’orgoglio, non prova risentimento, ansia e paura, conserva il proprio equilibrio dinanzi all’amicizia e all’inimicizia, alla lode e alla critica, rifugge la folla e il plauso degli altri e vede il divino in ogni cosa”.

In conclusione, anche per la Bhagavad-Gita, la via per congiungersi al Sé è la meditazione: identificarsi con il Sé trascendente e non con l’Ego. Lo Yoga praticato e vissuto con questo atteggiamento è uno strumento attivo, non una rinuncia né un uniformarsi in maniera dogmatica ad una norma.

Buona meditazione!

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Ilaria Evola

Ilaria Evola opera a Milano come counselor per il benessere personale e relazionale. Diplomata in counseling gestaltico, ha sviluppato un approccio somatico che integra le tecniche di consapevolezza corporea con quelle psicologiche. Oltre ai percorsi individuali, tiene anche laboratori di counseling per gruppi e insegna yoga e meditazione.
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