Oggi, 4 maggio, si “riparte”, inizia la Fase 2, un momento che molte persone stanno aspettando da settimane. Io invece ho accolto la notizia con un certo fastidio, un’irrequietezza che disturba anche i miei sogni e che all’inizio non capivo… ci ho riflettuto e ho realizzato che non voglio tornare alla “normalità”.

L’inizio

L’emergenza Covid-19 è arrivata nella mia vita il 22 febbraio, quando hanno annunciato che avrebbero chiuso i centri di aggregazione e da un giorno all’altro ho smesso di lavorare, ma la vivevo come una vacanza perché ero convinta che in 10 giorni o 2 settimane al massimo tutto sarebbe ripartito. Ero contenta perché avevo più tempo per me, per studiare, per praticare, per dedicarmi alle cose che mi piacciono. In fondo erano solo 2 settimane di stop, non sarebbe cambiato molto e avrei ripreso più riposata. Passate le 2 settimane però, la chiusura è stata estesa a tutto e tutti, l’Italia è stata messa in quarantena, un paese intero.

La notte dell’annuncio la stazione centrale di Milano era piena di gente che scappava, come se fosse scoppiata una bomba nucleare. Il giorno dopo è stato come trovarsi in un film di fantascienza dopo un attacco alieno: strade deserte, gente in fila ai supermercati, distanziata, con mascherine e occhi sbarrati… La prima volta che sono andata a fare la spesa mi sono messa a piangere.

Mi sono chiusa a casa, sperando di non dover uscire neanche per la spesa per non sentire l’angoscia di quella improvvisa desolazione. Ero bombardata da messaggi mediatici che trasmettevano solo paura, sgomento, morte. Mi sono ritrovata sola in casa, l’unica forma di vita erano le voci dei vicini che passavano dai muri e che mi facevano compagnia in quelle lunghe giornate in cui tentavo di seguire una routine per mantenermi centrata.

La paura

Poi mi è venuta la febbre e il terrore è arrivato anche tra le mie mura. Sola, nel letto, con una stanchezza addosso che non mi permetteva neanche di prepararmi da mangiare, forti dolori al petto e grandi interrogativi: adesso che faccio? Ne parlo alla mia famiglia? Meglio non farli preoccupare… e se sto male chi mi aiuta? L’unica cosa che potevo fare era monitorare la febbre e sperare che non salisse per non chiamare il numero 1500 e finire chissà dove. Ho passato ore di angoscia, pensando che poteva venire anche a me quel soffocamento che ha tolto la vita a tanta gente e che sarei finita in qualche letto di ospedale da sola senza poter più rivedere le persone che amo.

In quei giorni terribili ho pensato al valore del tempo. A quanti giorni ho sprecato nella mia vita a rimuginare su questioni che adesso mi sembrano così poco importanti, lasciando scorrere davanti a me minuti preziosi in cui avrei potuto gioire. Pensavo al mio compagno, alle liti inutili su questioni banali, a tutto il tempo che avrei potuto passare con lui e non l’ho fatto solo perché dovevo lavorare. Pensavo che se la febbre non fosse salita e l’avessi scampata non avrei più aspettato di essere felice, non avrei più rimandato.

E adesso?

La febbre per fortuna non ha mai superato i 37.8, i dolori al petto sono passati, le forze sono tornate, mi sono alzata ma mi sentivo dentro ad un film di sopravvissuti: e adesso?

Ero sana, almeno per il momento, ma un’altra paura si faceva avanti: non lavoravo ormai da settimane, non c’era come non c’è adesso nessuna certezza sulla riapertura dei centri sportivi, il mondo era fermo: e adesso? Per fortuna potevo impegnare il tempo studiando per finire gli esami del triennio di psicologia che dovrei completare quest’anno, lo facevo senza pensare perché quando mi fermavo, in certi giorni di scoraggiamento, mi veniva solo voglia di mollare tutto, non vedevo nessun futuro e mi chiedevo cosa servisse studiare mentre il mondo cadeva a pezzi.

Rinascita

Il 30 marzo ho sostenuto un esame in diretta su una piattaforma con una professoressa che non dimenticherò mai. Mi disse che doveva chiedermi, ai fini della validità dell’esame, se fossi sola in casa ed io scoppiai a piangere: risposi che ero sola da un mese, che non ero voluta andare dalla mia famiglia in Sicilia per evitare qualunque rischio di contagio, dato che vivo a Milano e che il mio compagno viveva in un’altra città e non potevano “congiungerci”. La professoressa è stata molto comprensiva e le sue parole mi hanno dato un’iniezione di speranza e di fiducia, il giorno stesso ho deciso che sarei uscita dal buco e avrei iniziato a incontrare le persone in rete. Le mie allieve mi chiedevano di fare lezione su Zoom ma a me sembrava assurdo. Ho messo da parte il pregiudizio e anche l’ignoranza tecnologica e mi sono buttata…

Ho iniziato a insegnare online, a familiarizzare con gli strumenti di comunicazione a distanza, gli stessi social verso cui avevo tanta resistenza e così per caso, giorno dopo giorno, ho scoperto che insegnare a distanza è un’esperienza inaspettatamente entusiasmante. Sento la vicinanza delle persone molto più che dal vivo, è come se ciascuno portasse in un luogo che non è propriamente fisico un pezzetto del suo mondo. Ci connettiamo dalle nostre case, condividiamo un po’ della nostra intimità e siamo tutti più autentici. Mi è tornata la voglia di insegnare che nell’ultimo anno avevo perso per strada, mi è tornato l’entusiasmo di comunicare con gli altri in modo più vero, senza troppi filtri, di trasmettere quello che sento, quello che provo senza giudicarmi.

Resistenza a lasciare il certo per l’incerto

Per una fortuita casualità, ad inizio aprile sono riuscita ad andare via da Milano e a trasferirmi dal mio compagno. Non è così che l’avevo immaginato, era in programma ma io rimandavo sempre perché il mio lavoro è a Milano, perché lasciare il mio appartamento, le mie abitudini, i miei luoghi conosciuti, mi pesava. Sono con lui da un mese, sono arrivata solo con un trolley e il pc, qualche libro e un paio di scarpe, partendo senza sapere quando sarei tornata, eppure non sento nessuna nostalgia del mio appartamento, dei miei luoghi conosciuti, delle mie abitudini.

Quando sono uscita da Milano mi sono stupita a guardare il cielo e continuavo a ripetere: com’è grande! Quanto spazio c’è! In effetti trascorrere la maggior parte della giornata nella mia cucina di neanche 10 metri quadrati o nella mia camera da letto poco più grande mi deve avere fatto effetto carcere, quando sono uscita ero in piena “agorafobia”.

Non ho bisogno di molto

Convivere dopo più di dieci anni passati da sola, mi spaventava molto e invece ho scoperto un’armonia e un equilibrio che non pensavo possibile. In queste settimane ho vissuto in una dimensione che non credo di avere mai provato: una dimensione di semplicità e di essenziale. Ho scoperto che non ho bisogno di tutte quelle cose che ritenevo indispensabili, anche solo i vestiti. Non sono una che passa i pomeriggi a fare shopping, non l’ho mai fatto e pensavo di avere ridotto di molto i miei consumi e invece ho scoperto che si possono ridurre ancora di più, non ho bisogno di molto…

Ho vissuto queste settimane in uno stato di fiaba, dedicando finalmente tempo alla lettura, preparando i miei appuntamenti quotidiani con lo yoga con entusiasmo e partecipazione, apprezzando il sole in balcone, il cinguettio degli uccelli, il silenzio della strada, cimentandomi a preparare una torta, facendo le pulizie ascoltando la musica… Cose semplici ma straordinarie che avevo dimenticato esistessero.

Sono cresciuta in un paese di 8000 abitanti, non in una metropoli, eppure tutto il tempo passato in giro per il mondo, in realtà sempre più frenetiche, mi ha fatto dimenticare le giornate in campagna che trascorrevo da bambina, il gioco dell’elastico che facevo con le mie compagne in cortile, l’andare a scuola a piedi salutando le persone che incontravo, perché ci conoscevamo tutti.

Fase 2!!!

Questa situazione di sospensione, di poter vivere fuori dal mondo, seguendo il ritmo del mio cuore è giunta al termine. Da oggi si riparte!

Quando lo hanno annunciato sono trasalita… non voglio che finisca tutto questo! Sono stata assalita dalla tristezza come una bambina a cui dicono che l’estate è finita. Ho usato la meditazione per ascoltare la malinconia che sentivo nel cuore e ho capito. Io non voglio tornare alla “normalità”, non voglio tornare alla frenesia, alle corse per arrivare in tempo, al rumore delle strade trafficate di Milano, alla gente che ti spinge se non scendi subito dal tram.

Non voglio tornare a fare due cose insieme per risparmiare tempo, mangiare alle tre di pomeriggio perché ho finito di lavorare solo mezz’ora prima… non voglio praticare con la sveglia perché se non finisco in tempo arrivo tardi… non voglio passare ancora giornate in cui devo scegliere se mangiare o farmi lo shampoo, svegliarmi alle 6.30 del mattino per “portarmi avanti” e ritrovarmi alle 11 di sera che rispondo ancora alle mail. Non voglio dover pregare per attraversare le strisce pedonali sotto casa mia, aspettando per mezz’ora che qualcuno si fermi. Non voglio respirare l’aria pesante, puzzolente, inquinata che ti fa venire male al petto come se fumassi una sigaretta dopo l’altra. Sono stanca di tutto questo ed ero stanca anche prima ma non avevo il coraggio di ammetterlo a me stessa. Sono stanca di vivere nella “prigione” che mi sono costruita, di impormi di stare al ritmo del sistema.

Questa situazione mi ha dato il coraggio che non avevo, per me è stata una benedizione e nello scriverlo mi scuso verso tutti coloro che in questi mesi hanno perso qualcuno, verso quelli che si sono ammalati e sono anche morti. Mi scuso e rispetto questo dolore, anche se non posso comprenderlo fino in fondo perché non è toccato a me. So di essere fortunata, so che posso scrivere che il Covid-19 è stata per me una benedizione solo perché non mi sono ammalata. Nutro profondo rispetto verso il dolore che sta attraversando il mondo e verso la fatica di tutti quelli che hanno lottato per salvare vite umane  e prova anche infinita gratitudine per la possibilità che mi è stata concessa non ammalandomi.

Non voglio più aspettare che finisca l’emergenza, che arrivi il vaccino, che riaprano le frontiere, per iniziare a vivere, voglio vivere adesso nel migliore dei modi che conosco: seguendo per quanto possibile il ritmo del mio cuore. Non voglio che arrivi un’altra tragedia per convincermi a vivere con le persone che amo o a lasciare un ambiente in cui non sono più a mio agio. Posso e voglio farlo adesso.

Benedico la pandemia perché con la sua restrizione, la clausura, la perdita del lavoro, l’isolamento, lo sradicamento dalle mie abitudini, ha aperto i miei occhi e mi ha ammorbidito il cuore, mi ha permesso di scoprire una dimensione di vita più semplice, più autentica, più in sintonia con la mia vera natura e adesso non voglio più lasciarla.

Voglio che queste 3 cose non siano più la “normalità” della mia vita:

  • Dare tutto per scontato
  • Vivere al passo della frenesia del sistema lontana dalla natura
  • Dare priorità al “dovere” rispetto a ciò che mi fa stare bene e mi nutre l’anima

Da adesso!

Ilaria Evola
Seguimi