L’Hatha Yoga Pradipika la descrive così: “Santosha significa appagamento in qualunque circostanza. Possiamo possedere molto o nulla, guadagnare o perdere ma in ogni caso dovremmo coltivare la consapevolezza di possedere più che abbastanza. La situazione opposta è l’insicurezza, che genera stanchezza e instabili”. Letteralmente può essere tradotto con “contentezza”: stato d’animo (e le relative dimostrazioni) di chi è molto soddisfatto o si rallegra di una situazione o di un fatto.

Santosha è il secondo Niyama dello Yoga e consiste nell’arte di sentirsi contenti e appagati, indipendentemente dalle condizioni esterne. Come si fa?

Questo non significa non provare mai tristezza ma coltivare la capacità di vedere le cose per come sono anche se non sono come vorremmo noi e coglierne l’aspetto positivo. In altri termini, accettare la nostra vita così come è adesso e non come dovrebbe essere secondo le nostre aspettative. Accettare non significa neppure adagiarsi con rassegnazione se stiamo affrontando una difficoltà ma fare del nostro meglio per migliorarla, pazientando se non possiamo cambiarla immediatamente. La perdita del lavoro, le relazioni difficili, le difficoltà economiche rendono spesso arduo coltivare l’accettazione ma Santosha vuol dire anche sviluppare la speranza mantenendo un atteggiamento positivo verso il futuro: se adesso stiamo attraversando un periodo duro, non è detto che duri per sempre. Il pensiero è energia e coltivare pensieri positivi – come anche Swami Sivananda suggeriva – aiuta ad attirare situazioni favorevoli. Sviluppare fiducia, equanimità, non farsi sopraffare dalle aspettative ma osservare ciò che la vita ci offre, vedere sempre la metà piena del bicchiere, non scoraggiarsi se le difficoltà perdurano, sono tutti aspetti che riguardano il Santosha.

Perché troviamo così difficile sentirci appagati e contenti?

Siamo abituati a volere di più, a desiderare di continuo qualcosa. E’ la conseguenza di anni di bombardamento mediatico che ci ha indotto a desiderare sempre più di quello che già possediamo. L’obiettivo della pubblicità degli ultimi decenni è stato creare ad ampio raggio bisogni nuovi, che inducessero gli individui a consumare il più possibile. Il messaggio che ci è stato trasmesso è che possiamo essere felici solo quando possediamo più del vicino, solo quando nutriamo il nostro status ad ogni costo e per farlo dobbiamo spendere, comprare, riempirci di cose. Siamo stati indotti a credere di non poter vivere senza possedere un’automobile, un telefonino di ultima generazione o addirittura senza vestirci seguendo quello che i mass media decretano essere ‘alla moda’. Se osserviamo con attenzione le conseguenze del rallentamento della crescita economica degli ultimi anni, ci accorgiamo che la nostra disponibilità economica si è molto ridimensionata e volenti o nolenti siamo costretti a ridimensionare il nostro tenore di vita e i nostri consumi. Da un certo punto di vista questa “crisi” può essere considerata quasi una benedizione: una sorta di sveglia cosmica che ci sta portando ad aprire gli occhi sulla necessità reale dei consumi a cui stiamo rinunciando. Abbiamo davvero bisogno di tutto ciò che diamo per necessario? Concentriamoci sulla sostanza delle cose e coltiviamo un sentimento di gratitudine per le piccole cose o per ciò che diamo per scontato come la nostra salute. Iniziamo a dare più importanza a quello che siamo e che scegliamo di essere piuttosto che a ciò che possediamo o a ciò che facciamo.

Come coltivare il Santosha?

Tre parole semplici che richiedono impegno ma ci aprono alla “contentezza”: accettazione, affidamento e gratitudine!

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Ilaria Evola

Ilaria Evola opera a Milano come counselor per il benessere personale e relazionale. Diplomata in counseling gestaltico, ha sviluppato un approccio somatico che integra le tecniche di consapevolezza corporea con quelle psicologiche. Oltre ai percorsi individuali, tiene anche laboratori di counseling per gruppi e insegna yoga e meditazione.
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