È possibile conciliare la vita quotidiana – immersa nel mondo materiale – con la dimensione spirituale? Per coltivare la spiritualità non è necessario isolarsi dal mondo o vivere in un ashram. Nessuna tradizione spirituale lo impone. Anzi, vivere la spiritualità nella vita di ogni giorno è perfino più difficile che farlo in un eremo, in cui si è al riparo da tutte le distrazioni e le incombenze del mondo. La vera sfida è applicare gli insegnamenti spirituali alle attività che svolgiamo e alle relazioni che intratteniamo con gli altri.

La teoria non basta

Limitarsi a conoscere la spiritualità solo a livello teorico non è abbastanza. Metterla in pratica significa apportare un cambiamento: modificare le abitudini e gli schemi mentali che abbiamo adottato nel passato.

I cambiamenti richiesti dagli insegnamenti spirituali non riguardano l’esterno ma il nostro mondo interiore. Continuiamo a lavorare, a prendere i mezzi, a fare la fila al supermercato, ad accompagnare i nostri figli a scuola ma il modo in cui lo facciamo è diverso.

Nessuna rinuncia

Una delle resistenze che si ha nell’intraprendere un cammino di ricerca e di crescita spirituale è il timore che si debba rinunciare a  qualcosa. In realtà, non si tratta di rinuncia ma di non attaccamento. La spiritualità ci induce passo dopo passo a sviluppare un atteggiamento di “distacco” verso le cose e le situazioni.

Essere distaccati non vuol dire essere indifferenti o apatici ma vedere le cose per quello che sono. Vivere senza identificarsi con gli eventi significa non far dipendere la nostra serenità dalle situazioni esterne. Si può iniziare da piccole cose e allenarsi a mantenere – con il tempo – questo atteggiamento verso tutte le situazioni della vita. La Bhagavat Gita dice: “compi sempre i tuoi doveri materiali dando il meglio di te stesso ma senza attaccamento. Chi compie ogni azione con distacco raggiunge la meta suprema”.

Necessità o illusioni?

Riusciamo a sviluppare distacco o non attaccamento quando prendiamo coscienza del reale valore delle cose. Allora non ci sarà più nessuna rinuncia, quella cosa che tanto consideriamo necessaria per la nostra felicità smetterà di esercitare il suo fascino. 

Siamo talmente condizionati e influenzati dai messaggi esterni – pubblicità, trend, mode e adesso anche gli influencer – che non riusciamo a identificare le nostre necessità reali. Allora succede che, anche se compro l’ultimo modello del telefono o la borsa che indossa la tale attrice, anche se pubblico tutte le foto del mio soggiorno nell’albergo esclusivo o partecipo ad un evento mondano molto gettonato, passata l’eccitazione del momento, torna il vuoto, l’insoddisfazione e l’irrequietezza. In questo la spiritualità ci aiuta.

Seguire l’ego o il Sé?

Prima di intraprendere un progetto o qualcosa che riteniamo importante, riflettiamo su qual è la motivazione da cui siamo spinti. Possiamo utilizzare il momento giornaliero di silenzio e meditazione per far affiorare il desiderio da cui siamo mossi e comprendere se si tratta di una mera spinta egoica o di qualcosa che nutre la nostra anima. Quando agiamo spinti dal desiderio di rivalsa, per esempio, o dall’avidità, quando facciamo qualcosa solo per essere apprezzati o per dimostrare che siamo superiori agli altri, il risultato di queste azioni non potrà mai darci pienezza reale, vera gratificazione, gioia.

Quando lasciamo che sia l’ego a guidare le nostre azioni, stiamo piantando i semi per l’irrequietezza mentale e per la frustrazione, che poi cerchiamo di acquietare con la meditazione. In altri termini, meditare per ottenere pace e chiarezza mentale con l’obiettivo di connettersi al Sé e condurre una vita guidata da pensieri e azioni che rispondono all’Ego è una contraddizione e non porta nessun risultato. È come remare verso le due sponde del fiume contemporaneamente: restiamo fermi in balia della corrente. Paramahansa Yogananda diceva: “è come tenere i piedi in due barche che vanno in direzioni opposte”. 

I tesori dell’anima

Non importa che seguiate un guru indiano o semplicemente gli insegnamenti del Vangelo, tutte le tradizioni ci dicono di cercare e conquistare i tesori dell’anima prima di ogni cosa.

“Cercate il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Matteo 6:33). Quali sono i tesori dell’anima? La pace del cuore, l’amore di sé, la calma mentale, la gratitudine, la gioia, per citarne solo alcuni. A cosa ci serve la popolarità, l’accumulo del danaro, il successo professionale se poi non siamo abbastanza sereni da dormire bene la notte e svegliarci con il sorriso?

Conosci te stesso

In cima al tempio di Apollo a Delfi, nella notte dei tempi, stava scritto: conosci te stesso. L’obiettivo di tutti gli insegnamenti non è forse raggiungere la consapevolezza della nostra vera natura? Come posso mettere in pratica questo insegnamento nella quotidianità? Attraverso l’introspezione, osservandomi, prendendo consapevolezza degli schemi mentali e delle convinzioni che condizionano le mie scelte, per esempio, o prendendo consapevolezza delle emozioni da cui mi faccio sopraffare. È un allenamento utile e proficuo imparare ad osservarsi. Osservare i comportamenti che ci rendono irrequieti o ansiosi è la base di partenza per modificarli. Può essere utile tenere un diario con cui fare una revisione giornaliera: la sera prima di andare a dormire facciamo scorrere la giornata e osserviamo gli eventi e la nostra reazione, cosa ci turba e cosa ci rende felici. 

La vera realizzazione dell’uomo avviene al suo interno, senza annunci e proclamazioni esterne, porta gratificazione e gioia, un senso di pienezza che non è passeggero perché è reale e quindi duraturo. 

Ilaria Evola
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