Cosa ha a che fare lo yoga con la spiritualità? Arnauld Desjardins descrive la spiritualità come un modus vivendi, non come appartenenza ad una confessione religiosa: la non identificazione con gli stati di coscienza passeggeri, non permanenti, questo è l’atteggiamento spirituale. Vivere distinguendo ciò che appartiene all’ego, passeggero, transitorio, volubile e ciò che appartiene al Sé, permanente, reale, autentico. La spiritualità è un cammino che dura tutta la vita e a cui possiamo decidere di orientare la nostra esistenza.

In questo cammino come si colloca lo Yoga?

Prima di provare a rispondere a questa domanda, dobbiamo essere d’accordo su cosa è lo yoga, perché da quello che vediamo oggi ci sono tante definizioni di yoga quante sono le etichette che ciascuno vuole associare a questa disciplina. Però, ci sono i testi a cui possiamo fare riferimento e sui testi (Yoga Sutra di Patanjali) leggiamo: Yogaś-citta-vr̥tti-nirodhaḥ, che significa “Yoga è la sospensione delle fluttuazioni della mente”. Il Raja Yoga di Patanjali parla di 8 passi per raggiungere questa meta, di cui la pratica delle asana, che conosciamo come posizioni dello yoga, rappresenta solo un ottavo di tutta la disciplina.

Gli otto gradini dello Yoga sono: Yama e Niyama, Asana, Pranayama, Pratyara, Dharana, Dyana, Samadhi.

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Raja Yoga di Patanjali

I primi due gradini riguardano lo stile di vita da assumere se si vuole seguire la via dello Yoga. In particolare, gli Yama sono le astensioni, cioè i comportamenti da evitare. Il primo Yama è, per esempio, l’Ahimsa: non nuocere. È un principio molto profondo che non significa soltanto non uccidere o prendere a pugni gli altri ma coltivare la non violenza nei pensieri, nelle parole e quindi nelle azioni. Parlare male degli altri, giudicare, usare un linguaggio tagliente quando qualcuno ci ferisce, è una forma di “violenza” che nuoce soprattutto a noi, alla nostra serenità mentale, alla nostra energia vitale. Allenarsi a prestare attenzione alle parole che usiamo, ai pensieri che rivolgiamo anche a noi stessi è uno strumento di crescita spirituale ed è – nei fatti – uno dei modi in cui spiritualizziamo la nostra quotidianità.

I Niyama sono, invece, i comportamenti da coltivare come il Santosha, l’essere contenti in ogni circostanza, assumere sempre un atteggiamento positivo anche nelle avversità.

Le Asana – le posizioni – rappresentano uno strumento per allenare il corpo all’immobilità e per sviluppare la consapevolezza di sé.

Il controllo dell’energia vitale

Il Pranayama è un insieme di tecniche per controllare il flusso del respiro, attraverso le quali è possibile, con la supervisione di un insegnante, imparare a modificare la velocità, la profondità, il ritmo della respirazione. Il respiro è collegato al funzionamento del sistema nervoso autonomo, che governa tutte le attività involontarie dell’organismo – funzionamento delle viscere, del sistema cardiocircolatorio, delle ghiandole del sistema endocrino – ed è controllato  dall’ipotalamo. Questa parte del sistema nervoso non risponde direttamente alla nostra volontà cosciente ma attraverso la “manipolazione” del flusso respiratorio possiamo agire su di esso. Le tecniche di pranayama stimolano le componenti del sistema nervoso autonomo, generando all’interno dell’organismo un’azione di eccitazione o di calma.

Con la pratica e l’esperienza, il respiro può rallentare sino a 5 respiri al minuto – normalmente l’essere umano respira con un ritmo di 15-20 respiri al minuto – ed è possibile sospendere il flusso senza andare in debito di ossigeno per periodi prolungati. Per quale ragione è così importante ridurre la velocità respiratoria e sospendere il flusso? Quando il respiro rallenta, il battito del cuore risponde con lo stesso rallentamento. Quando il cuore rallenta il suo ritmo, l’energia vitale nel corpo si acquieta e le sollecitazioni a cui è sottoposta la mente si riducono.

La parola pranayama significa infatti controllo del prana, dell’energia vitale, il suo scopo è acquietare la mente.

Verso il samadhi

Il Pratyhara è letteralmente il ritiro dei sensi all’interno, la sospensione di tutte le sensazioni consente di accedere al Dharana: la concentrazione, tecnica propedeutica alla meditazione. Yogananda definisce la concentrazione come “la capacità di ritirare l’attenzione da ogni elemento di distrazione e di porla su una cosa alla volta” e la meditazione come una tecnica scientifica con cui la concentrazione viene usata per connettersi al proprio nucleo divino e nel samadhi “conoscere Dio”. Dhyana, la meditazione è quindi il punto di arrivo di tutto il cammino dello yoga ed è attraverso la meditazione profonda che l’uomo entra nel Samadhi, l’eterna beatitudine nella realizzazione del Sé. 

Non solo posizioni

Questa è sommariamente la descrizione dello yoga secondo la tradizione. L’obiettivo di questa disciplina è quindi entrare in un progressivo stato di immobilità che inizia nel corpo e finisce nella mente, necessario per entrare in meditazione. Di tutto questo cammino le asana rappresentano solo una parte e l’esecuzione di queste posizioni dovrebbe essere finalizzata a preparare il corpo a restare seduto con la schiena eretta, nell’assoluta immobilità, per lunghi periodi di tempo.

Lo yoga, però, nell’immaginario collettivo viene associato solo all’esecuzione delle posizioni. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito al proliferare di diversi “stili di yoga”, diverse modalità per eseguire le posizioni che lasciano ampio spazio alla creatività. Lo yoga è diventato una coreografia di movimenti che assomiglia più alla ginnastica artistica o alla danza moderna che alle austere pose tenute dagli yogi dell’Himalaya.

Cosa ha a che fare lo Yoga con la Spiritualità?

Adesso possiamo provare a rispondere alla domanda iniziale: cosa ha a che fare lo yoga con la spiritualità?

Se l’obiettivo della Yoga è entrare nello stato meditativo, questa disciplina è uno strumento potente nella ricerca spirituale perché la meditazione è lo stato in cui percepiamo e sperimentiamo la presenza della nostra essenza oltre le anguste pareti dell’ego. Citando Yogananda: “lo Yoga è una disciplina antica che ha come scopo il disidentificarsi dall’ego per congiungersi alla coscienza cosmica”.

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La meditazione

La meditazione è una tecnica di addestramento della mente, tramite cui l’essere umano può raggiungere un’intima connessione con la sua anima. Non si può improvvisare, basta sedersi ad occhi chiusi per pochi respiri per constatare che l’attività incessante di una mente non allenata ci porta ovunque fuorché in connessione con il nostro nucleo interiore. Questo non significa che dobbiamo desistere ancor prima di iniziare.

Ci sono tecniche di preparazione alla meditazione che riguardano la concentrazione, la respirazione, l’utilizzo di un mantra e altri metodi che permettono di ritirare i sensi all’interno.

Su questo  video, Sesto Chakra, potete seguire alcuni suggerimenti per praticare la meditazione. La tecnica illustrata si ispira agli insegnamenti di Paramhansa Yogananda, è semplice e alla portata di tutti.

È necessario però creare nella nostra giornata uno spazio da dedicare alla meditazione e ripetere la tecnica che scegliamo di seguire con perseveranza sino a creare un’abitudine. Questa buona abitudine porta i suoi frutti e può fare la differenza nel modo in cui affrontiamo la giornata. 

Ilaria Evola
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